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Stand up for Africa: l’artista Mouhemed Yaye Traore racconta la forza della creatività quando un progetto di integrazione unisce arte contemporanea e diritti umani

30 settembre 2019

Stand up for Africa: l’artista Mouhemed Yaye Traore racconta la forza della creatività quando un progetto di integrazione unisce arte contemporanea e diritti umani

Foto di repertorio

Utilizzare gli strumenti di espressione dell’arte contemporanea come occasione di incontro tra comunità locali e i migranti ospitati nelle strutture di accoglienza: questa la modalità di lavoro del progetto Stand up for Africa (SUFA), la cui nuova edizione è partita ai primi di settembre con una serie di eventi che si concluderanno il 22 ottobre.
Mouhemed Yaye Traore è un ragazzo che 3 anni fa, a 21 anni, giunge in Italia dopo essere partito dal suo paese di origine, il Benin, dopo aver affrontato un lungo viaggio che lo ha portato a sbarcare in Sicilia ed a essere trasferito, in poche ore, in Toscana. Qui entra nel percorso di accoglienza CAS e SPRAR nel Casentino e coinvolto nel progetto Stand up for Africa, ideato dall’artista Paolo Fabiani e dall’architetto Rossella Del Sere.
“Il solo nome del progetto – racconta Mouhemed Yaye Traore - mi ha coinvolto fin da subito, è stato un richiamo che ha destato in me curiosità per il mio forte legame con il mio paese di origine anche se pensavo che, dal momento che ho studiato lingue, non mi sarei trovato a mio agio con i insegnamenti legati all’arte . Poi il lavoro che mi è stato insegnato e la collaborazione con i coetanei coinvolti mi hanno fatto capire che mi sbagliavo. Con la prima edizione di Stand up for Africa, abbiamo imparato importanti tecniche di lavoro e realizzato oggetti d’arte, quadri e installazioni grazie alle indicazioni degli artisti locali. All’inizio – specifica ancora – ho solo collaborato, aiutato e posato per gli altri. Poi ho cominciato a comunicare quanto ero legato al mio paese realizzando una serie di maschere africane”.
E a partire da queste, non si è fermato nelle sue sperimentazioni artistiche che sono passate attraverso la ritrattistica fino ad arrivare alla fotografia. “Ho seguito un corso, ho imparato le basi e poi ho capito che quella della fotografia era per me una grande passione, un modo per comunicare i legami con la mia terra, la mia gente e i sentimenti, anche contrastanti, che ora mi legano a questo paese che ha saputo accogliermi in modo così particolare”.
Le fotografie dell’artista sono state anche esposte temporaneamente al museo Pecci di Prato mentre una in particolare verrà esposta, insieme a quelle dei vari artisti delle scorse edizioni SUFA, il 5 ottobre a Casa Bethesda, Villa Pettini, a Montevarchi durante il corso della prima tappa della mostra itinerante Nomad art space.
“Non ho ancora deciso la foto da esporre perché il mio lavoro è cresciuto con la forza di una creatività che mi ha portato a raccontare davvero molto: gli sbarchi, le persone, i loro drammi e i loro desideri. Per esempio – entra nello specifico l’artista – dopo che ho visitato Venezia sono rimasto colpito dalle visite dei turisti e ho cercato di riportare nel mio lavoro il forte contrasto e il confronto del viaggio tra persone che si muovono per piacere e quelle che si spostano per cercare un futuro degno di questo nome”.
Quest’anno Yaye Traore realizzerà all’interno del progetto un laboratorio per bambini sul tema delle migrazioni. “L’arte africana costituirà sempre un elemento di contaminazione nei miei lavori futuri ma vorrei anche avere l’occasione di far conoscere il mio lavoro in Africa e poter portare in quel contesto le tecniche per imparare la conservazione delle bellezze artistiche di cui è ricco il continente”.

 

Foto di repertorio

(In collaborazione con Toscana Notizie - Agenzia di informazione della giunta regionale)

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